Ricordo quel pomeriggio d’estate in cui, ragazzina, presi il libro dalla biblioteca comunale. Ricordo i pomeriggi seguenti, la sua lettura, le pagine che scorrevano, quelle parole strane che fluivano, in quel tipico caldo estivo salentino. Ricordo, come fosse ieri, non già le vicende, la storia, che mi rimangono per brandelli confusi, ma le sensazioni di quella lettura: quelle immagini particolari che si impastavano nella mia testa, quelle atmosfere sospese tra sogno, delirio, lirismo del quasi niente; quelle figure derelitte ed eroiche insieme. Ricordo la confusione, la mia incapacità di comprendere fino in fondo, e pure, allo stesso tempo, l’attrazione verso quella narrazione, la consapevolezza che intercettasse qualcosa di profondo, lo spirito delle cose.

In un mio quadernetto ritrovo:

“(…) Dopo molti anni di morte, era così intensa la nostalgia dei vivi, così incalzante il bisogno di compagnia, così terrificante la prossimità dell’altra morte che esisteva dentro la morte, che aveva finito per voler bene al peggiore dei suoi nemici” [Cent’anni di solitudine]

Gabriel Garcìa Marquez
Aracataca 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014.