Estate

Estate.

Lei adorava l’estate: le giornate piene di sole; l’odore dell’aria che ac­quieta; il caldo che scioglie, dilata, le strade, le case, le voci, i pen­sieri, rendendo morbida, malleabile ogni cosa; i colori accesi, che riempiono, sostengono; i ritmi lenti, che danno tempo. Da piccola credeva di avere molto più tempo in estate, molte più ore da vivere, e crescendo questa sensazione le era rimasta e la confortava. Percepiva le ore, i giorni, molto più lenti in estate, sentiva di avere un vantaggio sul tempo. Era il periodo dell’anno in cui riusciva ad essere più serena, più fiduciosa.
Una giornata luminosa e allegra esal­tava il suo umore.
Ecco perché stava bene in estate: la luce immensa, totale delle gior­nate estive irrompeva in lei, e lei partecipava della luminosità delle cose, su cui il sole si scagliava con prepotenza, del giallo abbagliante dei muri delle case, dell’argento delle foglie degli ulivi, dello scintil­lio del mare.

Estate. E’ una stupenda giornata estiva.
Lei è seduta sul davanzale della finestra. La finestra della sua casa dà su di una piazzetta semicircolare con un’aiuola, anch’essa semi­circolare, ma di diametro inferiore, così che tutt’intorno vi rimane una stradina percor­ribile. Il prato è sempre ben curato e vi è pian­tato un enorme pino, di un verde molto scuro, con una ampia chioma, e due palme, altissime. La pre­senza delle palme rende il posto molto singolare, sembra di essere in un luogo esotico. Le altre case che si affacciano sulla piazzetta sono vecchie, con i muri in parte scrostati; sono tutte a pian terreno o al massimo hanno il primo piano: perciò la piazzetta è sempre ben illuminata ed è visi­bile il cielo. Questo scorcio le era piaciuto subito, era stato uno dei motivi che l’avevano spinta ad acquistare quella casa.

In estate lei sentiva di avere più tempo.
Aveva sempre avuto una grande influenza su di lei, il tempo. Il suo scor­rere inesorabile l’angosciava: sentiva passare e andar via mo­menti di vita irrecuperabili, senza che lei potesse esser certa di averli vissuti fino in fondo, senza sprecare niente, senza sciuparli.
L’angoscia di non vivere era sempre presente nel suo agire quoti­diano, la spingeva a vivere, e nel mentre viveva, l’angoscia si atte­nuava, per poi ri­tornare ad allertarla nuovamente; un sistema artificioso e coattivo che si era creato per non cedere all’apatia.
Forse in lei era veramente presente questo pericolo o forse era solo una paura dettatale da un pessimismo di fondo che permeava il suo essere.
Si diceva di esistere nel fare; non fare significava non essere. Le era impos­sibile avere un atteggiamento di attesa: doveva agire, deci­dere; voleva avere sempre e comunque una parte attiva nelle cose che la riguardavano, positive o negative che fossero.
Lo scorrere del tempo si caricava di angoscia qu­ando il suo animo era grigio per una qualche ragione, a volte anche senza ragione alcuna, quasi fosse così da sempre.

Estate. E’ pomeriggio.
E’ molto caldo. Non ci sono nuvole nel cielo, azzurro come non mai, né vento; le palme immobili, la piazzetta deserta e assolata.
Lei ha aperto la finestra e si è seduta sul davanzale. Vuole distrarsi, guarda quell’angolo suggestivo che è riuscita a scovare. Sembra non trarre alcuna emozione da quella vista. In effetti non osserva nulla. E’ lì, con lo sguardo perso nel vuoto, pensa.
E’ un’estate molto diversa dalla precedenti.
Ora lei vorrebbe che non fosse mai arrivata.
I ritmi lenti e dilatati non la confortano. La lentezza del tempo è pe­sante. Il sole, i colori, non la rassere­nano.
Intorno è quiete. Tutto si è lasciato andare al sonno, in attesa che il fiume del sole scorra via.
In lei il tormento.
E’ sola in quella casa. Scelta in due, ma ciascuno con progetti diversi: lui l’aveva scelta per lei; lei l’aveva scelta per loro.
Era piacevole stare in quella casa, sola. Passare le giornate a colti­vare inte­ressi, a soddisfare curiosità; avere la libertà di fare ciò che più desiderava: leggere, studiare, e ancora leggere, starsene a guar­dare dalla finestra o di­stesa sul divano, in totale silenzio, a pensare, pensare… Il luogo della libera espressione di sé: molto intimo, ne­cessario al suo bisogno di autonomia e indipendenza; un rifugio dal mondo, a volte.
Esisteva un’unica persona che poteva starle accanto senza inter­fe­rire con queste sensazioni per lei così preziose e vitali, senza farla sen­tire vincolata in alcun modo, un’unica persona con cui condivi­dere quegli spazi.
Un uomo: un’intesa così profonda, da non avvertirne quasi la pre­senza, perché in realtà egli è parte di te e non può che essere in ar­monia con tutto ciò che fai, con tutto ciò che sei.
Lei lo aveva incontrato. Ed ora, stare sola in quella casa non le pro­curava più lo stesso piacere. Sentiva di essere priva di qualcosa, di qualcosa di necessario per essere, completamente.

Pomeriggio vuoto, triste, come quelli che l’hanno preceduto. Da giorni ormai. Neanche la consolazione del sonno. Costretta alla ve­glia; cosciente di tutto ciò che accade; cosciente dell’esistenza degli altri, della sua. Della vita che continua a vivere, che le appare di­stante. Si sente estranea ad essa, come se si guardasse dal di fuori: una vita vissuta tanto per vivere, che non è la sua, non le appar­tiene. Insignificante. Ore vaste come spazi di cielo, interminabili. Apatia. L’unica cosa che abbia un senso. E’ difficile trovare il senso delle cose. Niente più ha un senso. Ora. Non ha senso fare progetti; non ha senso possedere le giornate: le lascia scorrere. Non ha senso guardare al futuro. Tutto è farsa. Ogni giorno sembra normale. Poi un particolare, una parola, un episodio, a sottolineare come quella giornata potrebbe essere e come invece non è, a sottolineare l’as­senza, l’esclu­sione. Non ha senso vivere così, come aveva fatto qual­che anno fa.
Qualche anno fa era stato possibile. Ora non più. Non ha senso vi­vere a metà. Vivere come quache anno fa: cimentarsi nel lavoro, nello studio, fare progetti, proiettarsi al futuro e vedere sé stessi protagonisti solitari della propria esistenza e gli altri, sullo sfondo, lasciati al caso. Lei aveva vissuto così, quando non amava. Prima di amare.
Ora non più. Lei ama. Da quando lei ama il suo sé è mutato, allar­gato: è fatto di lei e di lui. Lui è entrato in lei, ne fa parte. Lei non può più essere quella di prima.

Lui: il suo uomo. Il suo primo uomo. L’uomo della sua vita.
Non sapeva spiegarsi perché lo ritenesse tale.
Lo sentiva e basta. Una sensazione molto istintiva, ma anche molto chiara, forte.  Lo percepiva ogni volta, quando stavano assieme.
Tra loro non servivano parole, a volte nemmeno gesti. Ognuno sa­peva cosa pensasse l’altro da uno sguardo, prevedeva le sue rea­zioni. Si conoscevano profondamente; interagivano al di là delle pa­role.
Lo amava da morirne.
Con nessun altro avrebbe potuto instaurare un le­game così intenso, così intimo. Non stare insieme, era per lei un delitto.
Ma lui non poteva vivere con lei.
La andava a trovare tutti i giorni, per qualche ora. Se ne stavano a parlare, di tutto ciò che a loro interes­sava, godendo ciascuno della presenza dell’altro; si amavano.

E’ estate e lui non può più andare a trovarla, non possono più ve­dersi, pas­sare del tempo insieme.
Lei è sul quel davanzale, pensa.
Il cono di luce attraversa la stanza; si disegna sul pavimento. In mezzo a quel fascio dorato, la lunga, morbida, colata nera del suo corpo.
Il sole è pungente, quasi si accanisce sulla sua pelle, sulle sue gambe sco­perte, raccolte vicino al petto. Ha le mani bagnate di sudore. Non suda per il caldo, anche per il caldo ma non solo. E’ triste. Pensa a lui, a cosa sta facendo, con chi sta.
Lei è con la solitudine, quella amara. Lei è sola, esclusa dalle sue giornate.
Le sale un dolore dentro, è un bruciore. Il sole incrementa quel bruciore.
Lui, così stupendamente elitario, con il gusto del bello, creativo, al di so­pra della normale mediocrità, e al tempo stesso così incredibil­mente im­merso nel banale, così conformista, tassello anche lui di un sistema di re­gole sociali astratte e formali, categorie semplicistiche e statiche ad in­qu­adrare vissuti complessi e dinamici.
E’ disorientata dalla sua ambivalenza.
E’ come se amasse qualcuno che non esiste, pur esistendo. Di lui non ama l’uomo: egli è di una rassegnazione drammatica, senza più so­gni, speranze, senza entusiasmi, senza voglia di vivere. Le ha detto un giorno: «Io non voglio. Non desidero più niente, non voglio essere felice, voglio vivere il resto degli anni che mi rimangono senza slanci, senza sconvolgere la vita di nessuno».
Ma lui non è solo questo: lui scrive, e nella lui è un altro: si entu­siasma, desidera, vuole, progetta, osa, è ambizioso, nella scrit­tura lui vive. Quando scrive possiede una grande energia vitale.
E’ lo scrittore che lei ama.

Si erano conosciuti per caso. Da subito era nata, in modo del tutto sponta­neo e naturale, una grande stima reciproca, un forte interesse reciproco, e pian piano con la stessa naturalezza e spontaneità, ognuno aveva comin­ciato ad aprire sé stesso all’altro, senza quasi rendersene conto, senza sa­pere il perché e senza stupirsene. Una volta si erano detti l’amore, ed era stato come se se lo avessero detto già altre volte, come se lo avessero sempre saputo.
Si amavano e non era immaginabile qualcosa di diverso.

Non c’è un alito di vento a rinfrescare il suo corpo, raccolto sul da­vanzale della finestra. Il bruciore sale, anche il caldo sale, su dalle pietre, toglie il respiro; le strade delle fornaci.
Insieme loro due distesi. I corpi intrecciati. Il suo odore la avvolge, è pieno ed invade tutti i sensi; la carezza, le carezza il corpo, dolce­mente, lentamente; lei, ebbra di lui, del suo odore, sta per abbando­narsi, quasi stordita, come ogni volta, completamente coinvolta dal suo uomo, pronta a prendersi con avi­dità il piacere.
Un pensiero guizza all’improvviso, nella sua pelle prima ancora che nella sua testa. Il suo corpo si riscuote. Le mani di lui continuano a carezzarla. Lei ha aperto gli occhi e lo guarda dritto in volto. Lui la carezza ignaro. Lei si è ritratta, non riesce a godere delle sue mani su di lei: le sue mani sono sporche. Ciò che sta pensando le suscita ribrezzo, e al tempo stesso ri­morso di provarlo, mentre lui la ca­rezza: le sue mani sono sporche, non può toccarla, non può farsi toc­care; quelle mani, le sue mani, complici della promiscuità che si ri­pete ogni volta, prima di toccare lei, dopo aver toccato lei, la notte prima, quella dopo o forse il giorno stesso. Lui la ca­rezza. Lei, gli oc­chi pieni di lacrime, non riesce ad accettare i suoi gesti d’amore, quel linguaggio segreto, prezioso, esclusivo degli amanti, che è stato profanato. Continua a guardarlo dritto in volto, a cercare una piega del viso, un’espressione, un segno che tradisca la sua serenità, che le in­dichi come sia possibile per lui. Le passano in un attimo davanti agli occhi fantasie orribili. Cerca di scacciarle, ma è inutile. Non vede nient’altro: solo quelle immagini; non vede più l’uomo, non sente le sue parole. Lui si ac­corge che lei è assente. Lei, non resiste: si stacca dal corpo di lui senza dir niente, senza rispondere alle sue domande.
Il ricordo la agita, esaspera il caldo soffocante.

Lui l’amava.
Aveva un passato complicato, che continuava, ancora, era diventato il pre­sente, ora. Le sue vicende esistenziali lo avevano segnato pro­fondamente: un uomo disilluso, sfiduciato, stanco della vita, senza ormai nessuna voglia di prendersi qualcosa per sé.
Nella aveva conservato l’entusiasmo, la voglia di vivere, come se tutte le difficoltà che avevano condizionato fortemente l’uomo, non aves­sero avuto influenza alcuna sullo scrittore.
Si lasciava vivere dalla vita, quella mediocre degli altri, alla quale spesse volte aveva piegato i suoi progetti, i suoi desideri: che impor­tava, nella poteva essere sé stesso; lì nessuno lo gravava di problemi ed esi­genze, né egli creava problemi a nessuno.
Si comportava conformemente all’idea che chi gli stava accanto si era fatto di lui: una quotidianeità fatta di routine, di parenti onni­presenti, di con­suetidini familiari che si ripetevano identiche ogni volta e una presenza insignificante, mediocre, che non sapeva chi egli fosse, incapace di intercettarlo emotivamente ed intellettualmente, ina­deguata ad offrirgli ascolto.
Lui, unica sua trasgressione, si riservava l’intima possibilità di esprimere sé stesso mediante la .

Il rettangolo di cielo si modifica, lentamente. La pelle del suo corpo è im­perlata di sudore. Lei continua a restare seduta su quel davan­zale.
Il giorno in cui lui le dice di amarla: un ricordo dolce, un’esplosione di fe­licità.
Sono in auto. L’auto è ferma su di un’altura che scende a picco sul mare. Loro, lo sguardo rivolto verso il mare, lo osservano. Da qu­ando sono lì non si sono guardati un attimo. Stanno in silenzio.
All’improvviso lui si gira verso di lei, la afferra per le spalle, senza dire una parola, e la stringe a sé. Poi comincia a baciarla. La bacia, la bacia, ripetu­tamente, sul viso, sulla bocca, sugli occhi, sul collo. Non l’aveva mai baciata prima di allora; mai l’aveva avuta così vicino a sé. La bacia ancora, fino a re­stare senza fiato.
Lei lo lascia fare. Il corpo è docile, mobile, si presta a quei tratta­menti come fosse svenuto. E’ presa da quella novità, travolta: dalle mille sensa­zioni di piacere, fino a quel momento sconosciute, che le su­scita il con­tatto con lui, il contatto con il suo corpo, caldo, fre­mente; dalle sue labbra, morbide e umide; dalla stupenda contami­nazione della sua saliva con la sua. Leggeri fremiti le percorrono la pelle. Qualcosa cambia, in lei: i suoi seni divengono turgidi, le sue labbra gonfie, calde, nell’o­dore di lui, della sua saliva.
Poi lui la bacia via via con meno frenesia. Diventa più lento nei ge­sti. Smette di baciarla. Le prende la testa tra le mani e se la porta sul petto. Le sue braccia avvolgono il corpo di lei. La stringe forte. E’ felice e terroriz­zato: le dice di amarla, le sue parole hanno i toni della felicità e della sof­ferenza. Lo ripete più volte: “ti amo”, “ti amo”, ogni volta con maggior strazio. Poi la stringe ancora più forte a sé. Dice che lei lo farà morire. Ripete che lei lo farà morire.

Un’illusione. E’ stata un’illusione. Si è illusa che il vero, l’autentico fosse lo scrittore, che l’uomo fosse solo una fac­ciata costruita perché una serie di circostanze della vita lo avevano spinto a farlo, una facciata che avrebbe ab­bandonato con l’evolversi del loro rap­porto. Si è illusa che il loro amore avrebbe determinato il ricongiungi­mento dell’uomo allo scrittore.
Forse troppe resistenze si sono accumulate e sedimentate nell’uomo, nel corso degli anni, tante da rendere molto difficile se non addirit­tura im­possibile tale ricongiugimento.
Impossibile.
La ama lo scrittore e la respinge l’uomo.
Ma lei non è una creatura uscita dalla sua penna, lei è reale, viva, non ap­partiene alla ; la rassegnazione del­l’uomo al suo passato, pesa su di loro; pesa su di lei la convinzione dell’uomo che il suo passato non può che riproporsi negli stessi termini, immutabile, al pre­sente, per sempre.
E’ angosciante.
Vorrebbe essere le pagine che egli scrive; vorrebbe che la amasse dello stesso amore che riversa nello scrivere, con lo stesso entusia­smo, con la stessa intraprendenza, con lo stesso coraggio e atteggia­mento di speranza che ha nell’affrontare un nuovo saggio.

Lui era insieme l’uomo e lo scrittore.
All’inizio vita era finzione e realtà. Un meccanismo per­verso che, a lungo andare, non gli aveva più consentito di gestire il gioco: ciò che per lui era stata una finzione, per qualcun altro era stata realtà, e ad un certo momento la realtà altrui aveva superato la sua finzione, impedendogli di scendere dal palcoscenico, impri­gionandolo nella sua interpretazione.
Col tempo il divario tra lo scrittore e l’uomo, era divenuto abissale, ma la contrapposizione tra finzione e realtà, si era attenuata, fino a confondersi, a mescolarsi, a scomparire. La divaricazione non era più tra finto ed au­tentico; la divaricazione era ormai nei modi: due modi diversi di affrontare la vita e la , entrambi propri della stessa persona e dunque en­trambi veri.

Lo intuisce anche lei, ora. Il fiume dei pen­sieri si arresta e lei capisce.
Quando sono insieme lui la ricopre di frasi dolci: con lei è felice; lei è tutta la sua vita; vorrebbe stare con lei; vorrebbe non andar più via.
Eppure lui se ne va ogni volta.
L’uomo si intromette tra loro, si insinua in lui e lo contagia con la sua ras­segnazione, lo spinge a congedarsi da lei.
L’uomo si insinua sempre in lui, quando guardano al futuro.
Così il futuro va in frantumi. Non esiste futuro per loro.
E’ doloroso saperlo. Lei non sa rassegnarsi.
Questo loro amore, non ri­gu­arderà mai solo e soltanto la dimensione dei suoi pensieri, della sua in­te­riorità. Nella sua vita esiste uno spazio reale che attrae, ri­succhia quello spirituale, se ne appropria, spingendola a voler con­cretiz­zare i suoi desi­deri: di stargli accanto, di condividere l’esi­stenza. Essere la sua donna.
E’ impossibile, le ha detto.

L’aria si è fatta più fresca. Il sole è basso all’orizzonte. Lunghe om­bre co­prono le strade, rendendole finalmente accessibili. La gente esce fuori. Il silenzio è rotto da un vociare: di donne che pettego­lano, di bambini che giocano.
Anche lei si ridesta dai suoi pensieri. Si accorge che ha passato tutto il pomeriggio su quella finestra. Spira un vento leggero e lei sente una strana freschezza su tutto il corpo: il suo vestito è bagnato.
Rientra in casa. Decide di cambiarsi. Si toglie il vestito; il suo corpo è an­cora infuocato, come le pietre, qualche ora prima.
Chiude la finestra.
Decide di chiamarlo: vuole sentire la sua voce, vuole chiedergli di andare da lei, sente di desiderarlo intensamente.
Va all’apparecchio telefonico e compone una dopo l’altra le cifre del suo numero: uno squillo. Fortunatamente è libero. Aspetta che venga alzata la cornetta. Due squilli. Poi tre, quattro, cinque squilli. Nessuno prende la cornetta. Sesto squillo.
Riattacca.
Non c’è nessuno in casa. E’ uscito.
Perché l’ha cercato. Si pente amaramente, soffre.
Rimane lì accanto al telefono, per un po’. Attorno a lei, dentro di lei, il silenzio.
Il calore del suo corpo è insopportabile.
Si riveste in fretta, con il primo abito che trova.
Esce in strada e guarda il cielo: vorrebbe che in questa giornata d’estate venisse giù, su di lei, la pioggia.

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