Nel libro abita la libertà. Chi scrive e chi legge tra complicità e tradimenti

in: Il Paese Nuovo, 12.06.2012, Culture p. 12

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Il pubblico dei lettori è un fantasma per chi scrive: cerchi di immaginartelo, di prefigurarti delle persone concrete che potranno prendere in mano il tuo scritto, sfogliarne le pagine, mettersi in dialogo con le tue parole leggendo. E’ un’ipotesi di scenario, con personaggi ignoti, di cui tuttavia tenti di tratteggiare un profilo, una professione, un gusto, un sentire. A volte persino dove ti stanno leggendo. E poi, quando hai visualizzato i lettori di quel tuo testo cerchi tra i loro pensieri, tra le loro emozioni: cosa pensano, cosa provano, a contatto con quelle parole?
Fai questa operazione mentale e un attimo dopo blocchi tutto e ti consideri uno stupido: sai bene che il testo, dopo che lo hai scritto, non ti appartiene, si svincola da te, viaggia in modo autonomo e indipendente. Non puoi controllarne gli effetti; non puoi sapere dove, come e con chi rivivrà nella . Né i significati che si leveranno da quelle parole per chi le leggerà.
Nonostante tutto questo, e forse proprio per questo, sono convinta che la rimane una pratica di grande responsabilità. Un libro è un viaggio dentro il senso, l’alterità, se stessi. Libro è libertà: per chi lo scrive e per chi lo legge. Legati entrambi da un filo, quel filo che Raimondi racconta ne “L’etica del lettore”, che è - aggiungo - perciò anche simmetricamente l’etica dell’autore.
Quel filo lo vedo come un rapporto vincolato, ma allo stesso tempo aperto, perché tanta parte sfugge al determinabile.
Così, quando scrivi, non puoi non avere la tensione alla responsabilità piena di quello che stai scrivendo, degli effetti possibili che le tue parole potranno avere, ma nella consapevolezza che comunque non li potrai controllare. Non vi è un nesso di causa-effetto tra e .
Tu scrivi e mentre lo fai sei in dialogo con un potenziale lettore, non puoi non prefigurartelo, ne hai bisogno per scrivere. Si narra sempre a un tu, anche immaginario, ma sempre a un tu che ti guarda/legge.
Quando poi un autore ha la possibilità di conoscere un suo lettore reale, concreto, e di ascoltarlo parlare dei suoi testi, spesso vive una esperienza estraniante. Perché il lettore ha letto quello che tu non pensavi di aver scritto; o perché quello che tu ritenevi un elemento secondario, per lui è balzato in primo piano e se ne è innamorato; o perché ha ricavato di te un’idea che non corrisponde molto a quella che tu hai di te stesso.
Ma tant’è. Un gioco che tiene in dialogo e , facendole diventare un affascinante esercizio di reciprocità tra Sé e Altro.
Questo gioco autore/lettore è profondamente ironico, anche un po’ comico, è fatto di complicità e anche di tradimenti. Certamente si sviluppa sulla linea di demarcazione tra interpretazione soggettiva e arbitrarietà proiettiva. Se viene superata il gioco si spezza.
Può succedere, è nella complessità del reale, sta nella variabilità dell’essere umano.
Qualche giorno fa è sembrato essere accaduto qualcosa di simile. L’informazione nazionale connotava l’attentatore alla scuola di Brindisi come lettore di Paulo Coelho e del suo “Il guerriero della luce”. Lo faceva con enfasi, quasi a sottolinearne la grande rilevanza ai fini della chiarificazione di quella tragica vicenda. C’era un che di compevolizzante in quell’enfasi. Chi era sul banco degli imputati: la letteratura? Forse Coelho, per il libro che ha scritto?
Oppure le pratiche che il lettore instaura con un testo non pertengono al suo scrittore? E parimenti lo scrittore può scrivere prescindendo da chi lo leggerà?
Mi viene di pensare a quanti brandelli di letteratura trovi disseminati nei social network, isolati, decontestualizzati dal loro habitat e innestati in contesti e con gli abbinamenti i più disparati, che a volte ne sono il sovvertimento; citati (a proposito?), altre volte nemmeno citati, storpiati e ‘condivisi’ a colpi di click, a mo’ di domino, nel web, a crearne una nuova vulgata.
Meglio, mi si dirà, che così il testo è materia viva, che gira, feconda. Sì sì, tutto giusto. Se non spezziamo il gioco.
Intanto il ‘bombarolo’ al nome di Coelho casca dalle nuvole: sta fingendo?
In ogni caso lui è certamente fuori dalla reciprocità autore/lettore.
Non precisate che legge Coelho, allora, che è irrilevante.
Non chiamatelo lettore!

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