Differendo

Nota critica sulla mostra di Pasquale Pitardi

“Differendo. Personale di pittura”
9-30 novembre 1997 - Sala conferenze di Amaltea

Pellicole trasparenti che supportano masse pastose di colore. E’ la plastica usata per il confezionamento dei prodotti dell’industria, per la loro rifinitura, che Pitardi recupera ed utilizza nei suoi lavori, assieme a siringhe e colori, facendola divenire prodotto essa stessa, prodotto rifinito, decorato, ‘confezionato’.

Questo ribaltamento della prospettiva, ossia il passaggio della plastica da contenente a contenuto, ne produce un’oggettiva risemantizzazione, in un movimento di senso dalla periferia verso il centro, dal superfluo verso il necessario che in qualche modo tende a portarla in primo piano, ad integrarla e ricontestualizzarla all’interno di una dimensione sostanzialmente positiva. Dai luoghi periferici di città alle pareti di una sala-mostre; dalle sporche discariche allo studio di un pittore; da rifiuto ad opera d’arte.

Ricontestualizzare la plastica per riabilitarla?

Pitardi - nelle sue intenzioni - ricorre alla plastica per denunciarne la presenza. E’ lì, messa in mostra nei suoi quadri, nessuno può dimenticarsene. La pittura diviene lo strumento estetico attraverso cui veicolare il rifiuto per una società sporca, che sporca. Ma ancora una volta la prospettiva risulta invertita: il paesaggio reale contiene la plastica; i paesaggi di Pitardi sono invece contenuti dalla plastica. Essa è il supporto su cui prendono forma le linee, gli oggetti, i paesaggi, su cui vengono distesi i colori; essa diviene il loro stesso inevitabile presupposto. All’interno di un’architettura così pensata, l’equivoco è reale ed ancor più interessante in quanto assolutamente involontario, assolutamente non cercato, non voluto dall’artista, che si vuole perseguitore di ben altri, ed addirittura opposti, risultati. Forse vi sono pratiche e gesti che per loro natura intrinseca non è possibile caricare dei significati più diversi: così una pennellata di colore tracciata sulla plastica è più immediatamente leggibile come un atto che conferisce una qualche dignità alla stessa, che non il contrario.

Probabilmente l’intenzione estetica e l’approccio ideologico, che Pitardi sente sempre il bisogno quasi ossessivo di coniugare, non vengono qui risolti adeguatamente o non vengono risolti affatto. Ma che importa. Al di là di ogni considerazione vi è il fremito dell’istinto creativo che supera ogni imbrigliamento ideologico per osare continuamente, per mettersi alla prova, per sconfinare, per misurarsi anche con materiali nuovi, con i materiali dell’oggi, per cercare di tirar fuori da ognuno di essi, anche dai più aberranti, il Bello che forse remotamente possiedono.

Oltre ogni messaggio ed ogni intento politico e civile, che a volte tradiscono in Pitardi l’intuizione creativa, ciò che emerge e si ammira di questo artista è la capacità di sperimentare sempre nuove soluzioni creative, sia tecniche che stilistiche, di riutilizzare in chiave diversa gli strumenti del vivere quotidiano suggerendoci nuove prospettive di senso, spesso inimmaginabili e per questo ogni volta stupefacenti.

Le pellicole trasparenti, che Pitardi ha utilizzato nei suoi ultimi lavori, rappresentano in tal senso una nuova scommessa. Una scommessa che è ricca di non poche suggestioni.

La superficie che fa da supporto al quadro, materiale ed immateriale allo stesso tempo, sembra non esserci pur essendoci: la sua trasparenza crea singolari effetti di illusionismo visivo, in cui i segni pittorici e le masse di colore sembrano galleggiare nell’aria, sospesi; una danza di oggetti e di forme, un gioco di inconsistenze e di pastose fisicità, in cui è rintracciabile quell’uso singolare del colore che è proprio di Pitardi. Ritroviamo infatti le tinte brillanti dei suoi acrilici, la cui consistenza rende possibili manipolazioni che travalicano il gesto pittorico strettamente inteso per giungere ad effetti fortemente plastici, echeggianti bassorilievi scultorei.

Ad essere rappresentato è il paesaggio nelle sue molteplici variazioni, così come era già accaduto in altri quadri di Pitardi, ma ora si aggiunge un particolare nuovo: macchie di colore scuro, grigio, fanno ingresso nei suoi quadri, si uniscono ai suoi vivaci colori, ai suoi viola, ai suoi blu, ai suoi verdi, a sottolineare la devastazione ecologica che l’uomo ha inferto all’ambiente. Sono paesaggi, fatti di cielo, di terra, di mare, i tre elementi fondamentali nell’universo pitardiano, attraversati tutti da un immaginario asse verticale che li scompone in due aree, ossia due distinte situazioni temporali, due precisi momenti dell’esistenza: il primo indicato con l’anno 1953, corrispondente al periodo dell’infanzia del pittore, vissuta assieme al padre; il secondo denominato 1997, riguardante l’oggi, con tutto ciò che lo caratterizza. I due numeri sono posti sempre ai piedi del quadro, a mo’ di didascalia, l’uno di fronte a l’altro, per cui l’occhio non può fare a meno di andare da destra verso sinistra, ponendo inevitabile a confronto le due sezioni. L’area del ‘53 è rappresentata con colori vivaci, molto limpidi, puliti, luminosi, che descrivono una situazione di ‘tranquillità’ ambientale, la quale rinvia pure a momenti di traquillità esistenziale, quando il padre ancora presente, incarnava l’ideale dell’uomo dai sentimenti genuini, puri, veri. Il ‘97 è il grigio, lo sporco: l’ambiente è contaminato; anche l’animo degli uomini sembra esserlo. Traspare a tratti dalla ‘tela’ un senso di nostalgia, per la semplicità di un tempo che è trascorso, per la serenità, la spontaneità, la naturalezza di modi di vivere oramai perduti.

Tutto questo ben si inserisce all’interno di una coerenza artistica che riesce a conservare una linea di continuità con la precedente produzione, costantemente permeata da quel senso di malessere sociale, di cui Pitardi si è fatto sempre portatore - avvertendolo principalmente come malessere individuale e perciò proprio -, nella pittura come pure nella vita.

5 novembre 1997

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