La piccola Napoli

Sull’origine del suo nome l’Arditi riporta diverse ipotesi: esso deriverebbe dalla musa Melpomene; oppure dall’emblema del paese, costituito da un albero di pino e da un favo mellifero; o ancora il nome si dovrebbe “ai greci del Peloponneso venuti con Enotrio Arcade”; infine, l’ipotesi più accreditata farebbe derivare il nome dal centurione romano Melpinio, al quale, a seguito della conquista della Messapia da parte dei Romani, toccarono le terre su cui sorge ancora oggi il paese.

In queste terre, tuttavia, la presenza dell’uomo risale ad epoche remotissime, come testimoniano i monumenti megalitici ivi presenti, segni ancora misteriosi ed indecifrati di culture primitive, giunti sino a noi nonostante l’azione demolitrice del tempo e dell’uomo. Dislocati tra il centro abitato e le campagne immediatamente limitrofe si trovano quattro menhir: il Menhir Lama, situato nell’aiuola di piazzetta Asilo (sebbene non la si ritenga la sua collocazione originaria), alto ben m. 4,20; il Menhir Minonna, posto di fronte ad un’abitazione in via IV novembre ed alto m. 2,80; il Menhir Candelora che misura m. 3,30 e sorge nella omonima contrada, oggi una cava estrattiva di pietra leccese; il Menhir Scineo, anch’esso posto nell’omonima campagna ed alto m. 1,90.

, oggi centro di modeste dimensioni, ha rivestito in epoca bizantina e medievale ed ancora nei secoli successivi, notevole importanza, soprattutto per la sua economia, vitale e dinamica, che raggiunge il culmine nel corso del Cinquecento.

, infatti, dopo l’invasione turca del 1480 conosce un periodo di straordinaria floridezza economica, come altri luoghi dell’interno, a seguito dell’abbandono dei paesi costieri troppo esposti alle scorribande dei pirati saraceni. Da Bari a Napoli si trasferiscono a , casale difeso da mura, numerosi commercianti per svolgervi i loro traffici; la massiccia presenza di mercanti napoletani, fa scaturire per il paese l’epiteto di “napuli piccinna”. Teatro dei commerci e degli scambi che settimanalmente si svolgono a è la piazza principale del paese, Piazza S. Giorgio, tra le più belle e suggestive piazze di Terra d’Otranto, la quale prende il nome dal martire della Cappadocia, S. Giorgio appunto, nume tutelare del paese a cui è intitolata pure la chiesa parrocchiale. In questa piazza alla fine del ‘500 il vescovo Nicola Maiorano fa erigere i portici (anche sedile o seggio), un complesso assolutamente interessante, esempio di architettura per il commercio, che racchiude la piazza stessa per quasi tutto il suo perimetro; i portici vengono affittati ai venditori ambulanti rendendo buoni utili alla comunità. A testimoniare la grande importanza che i portici rivestono all’interno della vita quotidiana della collettività è da ricordare la ricostruzione che di essi viene fatta un secolo dopo (precisamente nel 1694), in conformità al primo progetto.

La ricchezza di è incrementata dall’esistenza in loco delle cave di pietra leccese così come pure da una significativa produzione agricola, costituita non solo da olive, trasformate in olio nei numerosi frantoi ipogei esistenti per essere in gran parte esportato, ma anche dal lino, che trasformato in tessuto di ottima fattura, è venduto in quasi tutta la regione.

E’ in questa fase di profonda evoluzione del tessuto economico-sociale del territorio melpignanese che si creano le condizioni di una spinta all’abbandono del rito greco a favore di quello latino.

L’attuale Chiesa matrice di S. Giorgio, sita nella piazza del paese, viene eretta a partire dai primi anni del XVI sec., in sostituzione di quella di rito greco posta fuori le mura e fabbricata a portici, divenuta improvvisamente inadeguata alle esigenze del paese.

Quando nel dicembre del 1607 il Vescovo mons. Lucio di Morra compie la sua visita pastorale in può compiacersi della magnificenza della nuova chiesa matrice eretta secondo i principi architettonici della Curia romana: tre navate, tutte coperte a tetto, presbiterio e transetto elevati di tre gradini rispetto alla navata centrale, con copertura a volta in muratura e soprattutto nel bel mezzo del presbiterio un grande crocefisso in legno appeso a una vistosa trave anch’essa in legno. Il vescovo può ben compiacersi, nella relazione che stende in merito alla sua visita, che il SS. Sacramento è posizionato in un vistoso e decorato tabernacolo more latinorum e che il fonte battesimale non si trova in prossimità dell’altare maggiore come volevano i bizantini, ma in prossimità della porta maggiore, così come prescritto dalla liturgia latina.

Anche il Convento degli Agostiniani, inaugurato nel 1573, è pensato all’interno di una strategia volta a conquistare definitivamente alla latinità la popolazione di .

La storia del complesso ha inizio nel 1540, quando viene eretta la Chiesa, che è intitolata alla Madonna del Carmine. Nel 1573 essa è assegnata ai Frati Agostiniani, i quali decidono di annettere alla Chiesa un Convento. Nel 1636, avendo la Casa dei Frati di assunto notevole prestigio nella regione, viene progettata la ricostruzione dell’intero complesso, anche perché Padre Raffaele Monosi, appartenente ad una delle più nobili e facoltose famiglie del luogo, garantisce di sobbarcarsi gli oneri dell’intervento. I lavori sono appaltati per la non modica cifra di 666 ducati al capomastro coriglianese Francesco Manuli, che ha da poco terminato la costruzione in del Palazzo marchesale.

Viene abbattuto parzialmente l’antico edificio (probabilmente furono risparmiati alcuni ambienti a pian terreno, quelli sul lato ovest), e iniziata l’edificazione del nuovo. Intanto Padre Raffaele Monosi associa alla costruzione del Convento di valentissimi architetti, quali lo Zimbalo, rinomatissimo in Lecce per aver progettato le più belle chiese innalzate in quel periodo (oggi giustamente celebrate come fra i massimi monumenti del Barocco, vedi Santa Croce), e artisti di fama, quale era il Boffelli. Nel 1665 in seguito alla morte del Monosi cominciano a scarseggiare i fondi indispensabili per portare a termine l’opera, tanto che nel 1676 il Manuli muove causa ai Frati di , ed essi si trovarono costretti ad alienare alcuni beni per far fronte alle richieste del capomastro coriglianese. Né probabilmente più si interessa al prosieguo del progetto lo Zimbalo, preso da suoi numerosissimi impegni nella città di Lecce. Le maestranze locali si trovano così ad agire, nelle fasi conclusive dell’opera, in grande autonomia, adottando delle soluzioni, soprattutto a livello ornamentale, che vengono riscontrate a e in nessun’altra coeva costruzione religiosa.

Destinato ad educandato, il Convento degli Agostiniani cresce rapidamente di importanza e raccoglie numerosi nuovi adepti. Ciò determina la rapida decandenza delle altre chiese del luogo, un tempo fiorenti e ricche di rendite, quali quella di San Vincenzo, di Santo Stefano, Sant’Antonio e San Nicola.

D’altro canto l’ultimo arciprete di rito greco a , don Roberto Maiorano, era morto nel 1572 ed era stato sostituito da Nicolantonio Specchia, sacerdote di rito latino, sicché il processo di assimilazione al rito latino agli inizi del XVII sec. può dirsi per compiuto.

Figura importante tra i dotti e i letterati di lingua e cultura grika dell’area ellenofona salentina è il melpignanese Nicola Maiorano dei Maiorani, grecista e latinista, eletto bibliotecario del Vaticano dal Pontefice Gregorio XIII, con l’incarico di curare l’acquisizione delle opere greche presso la Biblioteca Vaticana, alla quale peraltro egli lascia, a conclusione del suo mandato nel 1554, numerosi manoscritti greci, latini e di altre lingue. A Roma è anche lettore di greco nel Ginnasio fondato da Leone X presso la Vaticana. Vescovo di Molfetta nel 1553, muore a ed il suo modesto mausoleo, conservato dapprima nella chiesa parrocchiale verrà abbattuto nel 1790.

Oggi il griko non si parla più a ; resiste nella toponomastica di numerosissime contrade e fondi rurali del paese (Scineo, Curmuledda, Cannuddi, Pondichì, ecc.), così come pure resiste la grecità, seppur attraverso tante stratificazioni e contaminazioni, nella cultura e nelle tradizioni.

(Grecìa del Salento-il Corsivo, n. 17/1999, pp. 27-28)

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